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Sotto la Pioggia

19 Gennaio 2026 - Racconti insoliti
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Gli angeli esistono, basta cercarli

di RAUL MARTON

Mi piace guidare con la pioggia.
Quando piove il mio pensiero fisso è quello di pren-dere l’auto e viaggiare, spesso senza alcuna meta, senza nessun orario, senza nessun motivo, solo quello di guida-re sotto la pioggia. Mi sono chiesto spesso il perché, poi ho desistito. Non mi importa saperlo, non mi interessa psicoanalizzarmi; mi piace e basta. Quando l’ho confidato a qualcuno – mia moglie com-presa – dopo una sonora risata, l’hanno classificato come l’ennesima stramberia di un carattere inquieto, strano, di-verso, ma comunque nulla di importante. Ma a me, quando piove, diventa necessario, indispensabile prendere l’auto e via, via, via… È così necessario che, quando vedo il cielo diventare plumbeo e caricarsi di pioggia, è mia premura avere il serbatoio pieno, liberarmi da tutti gli impegni e partire. Più forte è la pioggia, più mi diverto; più forte è il vento, più mi sento meglio; più forte è il rumore sulla carrozze-ria, più lungo è il percorso. Anche oggi le previsioni sono rispettate: ci si attendeva pioggia in quantità consistente. E sta iniziando. Io sono pronto: pieno fatto, impegni zero.

Quando inizia a cadere, sono alla guida, parto, vado verso sud. L’obiettivo è quello di raggiungere la super-strada, imboccarla e andare verso il mare. Faccio circa dieci chilometri; ormai sono vicino all’ingresso dell’arteria. La pioggia viene giù che è un piacere, quando sulla mia destra, vicino al margine, quasi nel fosso, vedo una persona che sta camminando senza ombrello, con uno spolverino che lo copre appena, un capello senza tese – probabilmente di lana – jeans ormai fradici, sneakers bianche che devono pesare come macigni, bolse di acqua. Tiene le mani nelle tasche e il corpo piegato in avanti per compensare la forza del vento che sta aumentando. Avrà bisogno di aiuto? Sarà rimasto a piedi con la macchina, forse sorpreso dalla pioggia? Mi fermo? Non mi fermo? Prevale il buon samaritano. Accosto, faccio un po’ di retromarcia e aspetto che questo arrivi. Dopo qualche secondo lo vedo nello specchietto retrovisore, rallenta, passa nel piccolo spazio che ho lasciato tra l’auto e il margine della careggiata e, quan-do è vicino alla portiera di destra, tiro giù il finestrino. Lui si ferma e si piega per guardare all’interno. Avrà 50 anni, occhi azzurri, testa completamente co-perta dal berretto e l’acqua che gli scende copiosa sulla faccia.

«Hai bisogno?» chiedo.
Lui mi guarda: «No, grazie».
Io resto allibito. Lui si accorge della mia sorpresa e si sente quasi in dovere di giustificarsi. «Mi piace camminare sotto la pioggia» mi dice e, senza aspettare una mia reazione, si rimette a camminare con passo deciso.

Per un attimo resto costernato, quasi in imbarazzo, ma poi mi scappa una risata: ho trovato un altro deficiente come me, anzi, peggio di me! Questo la pioggia la vuole proprio sentire sul corpo, vuole sentire freddo, vuole sen-tire i vestiti che lentamente diventano pesanti. Questo è molto peggio di me… Per un attimo mi sono sentito meno solo con le mie stra-nezze. Chiudo il finestrino e riprendo la guida. Che strani sono gli umani. A volte ti senti diverso, per mille ragioni, in mille modi, in mille circostanze, e poi ti rendi conto che proprio quelle stranezze, quelle diversità sono indispensabili per essere veramente te stesso, per sentirti più forte, più unico, più vero. Ma è nell’accettare quelle degli altri che viene il bello; quello è il vero tra-guardo, la vera forza. Ora però non ho voglia di filosofare, voglio solo guidare; guidare sotto la pioggia, accidenti, “tutto il resto è noia” cantava il Califfo. E mentre questi pensieri si susseguono nella mia men-te… Cazzo… un’altra persona che cammina sotto la piog-gia, senza ombrello… Rallento, cerco di guardare bene anche se è molto difficile; la figura si fa più nitida e…strana… Ha un soprabito cerato giallo e un cappello – anche questo cerato e giallo – che le copre la faccia. Vedo che è una donna perché porta una gonna che spunta leggermente fuori. Indossa un paio di stivali da pioggia, anche questi gialli, e la figura sembra quella di una ragazza esile. Piove veramente a catinelle. Le passo in fianco rallentando. È un pomeriggio molto strano. Mi fermo? Non mi fermo? Poi rifletto: non possono esserci tre persone strane contemporaneamente sulla stessa strada, con le stesse manie. Avrà sicuramente bisogno. Mi fermo, accendo le quattro frecce e aspetto che la persona si avvicini. Appena mi raggiunge apre subito la portiera, si piega e mi guarda. È giovanissima. Avrà al massimo vent’anni. Da sotto al capello spuntano dei capelli rossi, mossi. Ha due occhi grandi blu e la bocca sembra disegnata. Insomma, una ragazza bellissima. «Hai bisogno?» le chiedo.
Lei subito sale in auto, si toglie il cappello e dopo un sospiro mi dice: «Sì, per fortuna che si è fermato. Sta pio-vendo a catinelle» e i suoi capelli si liberano coprendole le spalle; sembrano risparmiati dalla pioggia.

«Dove stai andando?» le chiedo.
«A casa. Abito a Tramonti» mi risponde subito.
Ma è dall’altra parte… esattamente nella direzione opposta rispetto a dove stiamo andando, penso. «Come mai eri da questo lato della strada?» le chiedo stupito. Lei mi guarda con quegli occhi dolcissimi abbozzando un sorriso talmente accattivante che è impossibile dirle di no. «Ti porto a casa» le dico.
So che c’è molta strada da fare, ma a me non importa, anzi. Mi sta dando l’occasione per passare altro tempo sotto la pioggia. Guardo l’orario: sono le 17:15. Un’ora di strada e sono arrivato. La guardo sorridendo. La sua presenza, non so perché, mi mette una pace incredibile. Non ho il corag-gio di chiederle nulla. Vedo che ha anche una bellissima sciarpina con dei pon pon rossi – anche mia moglie ne aveva una uguale – che la rendono ancora più simpatica. Inverto il senso di marcia approfittando di un piazzale libero prima del ponte che attraversa il fiume più grande della regione e inizio il viaggio. Senza rendermene conto comincio a parlare, parlare, parlare… Come se la ragazza mi avesse dato il coraggio di raccontarle la mia vita. Urlo… piango… rido… I ricordi dei miei genitori, dei miei nonni, il primo giorno di scuola, i primi voti, gli amici, le mie donne, mia figlia, le sorprese, le gioie, i momenti felici, tutte le cose che mi hanno dato la forza di vivere, di andare avanti, di lottare, di soffrire, che forse avevo dimenticato e che mai a nessuno avevo confidato. Poi il cartello di Tramonti mi risveglia da uno stato quasi di trance in cui ero caduto. Ho percorso ottanta chilome-tri e non me ne sono accorto. È passata un’ora e mi sem-brano solo pochi minuti.

Mi giro verso di lei per dirle che siamo arrivati.
Non c’è… Non c’è… Come non c’è?
Freno bruscamente e accosto.
Non c’è!
Mi giro per vedere se è nei sedili posteriori
Non c’è…
Ma com’è possible? Non mi sono mai fermato. Era qui al mio fianco, non me lo sono sognato… O forse sì… Resto impietrito, faccio un lungo sospiro, mi siedo me-glio, rifletto… Qui non c’è, non mi sono mai fermato, non può essere scesa, eppure… Cosa mi sta succedendo? Ho avuto una visione? Mi sto ammalando? È un segnale dell’Alzheimer? Mio dio, sem-brava veramente reale… Però durante il viaggio non mi sono mai girato per guardarla… Oddio, ho avuto un’al-lucinazione, speriamo di non avere niente di sbagliato in testa… Meglio tornare a casa il prima possibile.

Faccio inversione di marcia. Non vedo l’ora di rientrare. Parto spedito e punto deciso la via del ritorno.
Ci metto un po’ meno e i miei pensieri diventano di preoccupazione. Mi sono convinto di avere avuto qualche strana visione… Devo andare subito dal medico domani mattina…. Alla mia età si fa presto…

Arrivo a casa mentre la pioggia continua a cadere abbondante. Apro il portone, entro in garage, spengo l’auto e per qualche secondo mi appoggio allo schienale. Che strana giornata… Cerco le chiavi di casa che, come al solito, mi sono ca-dute sotto al sedile. Infilo la mano, le trovo subito e poi… sento qualche cosa di strano… tiro fuori le chiavi… rimet-to la mano e tiro fuori… un pon pon rosso, di lana, come quello della ragazza… Mi sento male… Ma allora c’era veramente! Non l’ho so-gnata, era tutto vero! Questa è la prova che lei c’era… E se fosse un pon pon che ha perso mia moglie? Magari era lì da chissà quanto tempo e non me ne sono accorto… Nessuno se ne è mai accorto… Non so che sensazio-ne sto provando: stupore, paura, preoccupazione… A tutto c’è una spiegazione. Sì, tutto a questo mondo si spiega. Devo aver avuto un’allucinazione, magari dovuta a un momento di forte stress. Il lavoro mi sta uccidendo, devo lavorare meno. Forse è stato uno sfogo necessario. Le sensazioni positive che ho provato sono un bisogno che non devo sottovalutare, devo curare di più me stesso.

Mi ripeto questi pietosi luoghi comuni mentre entro in casa. Vado in cucina dove mia moglie e mia figlia sono assorte a guardare la televisione. Rimango un po’ basito da quella scena; di solito la TV è spenta, sono io a guardarla. Mia moglie mi guarda e quasi per giustificarsi mi dice: «Guarda che disastro». Stanno trasmettendo un’edizione speciale del telegior-nale. Avanzo un po’, c’è un inviato che sta commentando in diretta un vero e proprio disastro: alle 17:17, a causa delle piogge eccezionali, un’ondata di detriti e fango ha investito il ponte sul fiume più grande della regione – quello che io stavo per attraversare – facendolo crollare e spazzando via decine di mezzi che stavano transitando, senza lasciare via di scampo ai malcapitati… Mi sono seduto sul divano, ho messo la mano in tasca, ho stretto il pon pon.

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