di RAUL MARTON
Qual è il confine tra passione e ossessione? E quanto è definito questo confine? Chi può stabilirlo? Sono sufficienti regole scritte, magari condivise, oppure sono le singole persone a tracciarlo? E quanto è facile oltrepassare questo confine fino a perdere il controllo?
Domande che mi assillavano la mente quando ho deciso di scrivere questa storia.
Erano gli anni sessanta quando nel piccolo paese di Rocchetto, nella Marca Trevigiana, nacque Rino, figlio del titolare di un’officina meccanica, di quelle di una volta, che aggiustava dai motorini ai camion, dalle moto alle auto, dai trattori alle pale meccaniche, insomma, un po’ di tutto.
Fu subito chiaro che era un ragazzino diverso dagli altri, perché invece di giocare con i suoi coetanei alla guerra o a calcio, trascorreva il tempo da papà in officina.
Era attratto da tutto quello che riguardava i motori, le auto, ma specialmente le moto.
Quando compì 10 anni, i nonni gli regalarono una tuta da meccanico, spropositata come taglia, tre o quattro numeri in più, ma era tenerissimo vederlo girare per l’officina con una sicurezza e una decisione da veterano, tanto che il padre non si preoccupava per la sua sicurezza.
Ma la vera svolta arrivò ai 14 anni. Il papà, anche se contro il parere di mamma, per ricompensarlo del lavoro svolto in officina, gli regalò una vespa 50 special rossa nuova e fiammante.
Fu un colpo di fulmine: Rino se ne innamorò perdutamente. Trascorreva ogni momento libero su quella moto: la lavava, la lucidava, quando la guidava usava una delicatezza straordinaria. Per lui il rumore del motore divenne una musica inebriante, salire in sella gli dava una gioia paragonabile solo a un orgasmo. Guidare gli dava gioia pura, libertà assoluta, esaltazione, euforia, tutto quello di cui aveva bisogno.
Qualche anno dopo, quando il padre morì, Rino prese in mano l’officina – anche perché era figlio unico –, ma ne cambiò l’impostazione, specializzandosi nella riparazione di moto e in particolare di Vespe. Cominciò a partecipare a gare con moto Vespa, raggiungendo anche ottimi risultati a livello internazionale. Fu durante una di queste competizioni che incontrò quella che poi diventò sua moglie, Margherita, attratta dalla sua stravaganza e dalla sua originalità.
Negli anni, Rino divenne meccanico ufficiale della Piaggio e si specializzò anche nel restauro di vecchie moto: era considerato uno dei più preparati, precisi, apprezzati sul mercato, tanto da avere clienti venivano anche dall’estero. Rino era garanzia di sicurezza e precisione.
Non andava mai in vacanza, non conosceva giorni di festa o di riposo; era sempre lì, tra le sue Vespe, nella sua officina. Non voleva aiutanti, faceva tutto lui, e sembrava non stancarsi mai.
Si assentava dall’officina solo per andare a cercare qualche esemplare raro. Nel corso degli anni, infatti, era diventato uno dei maggiori collezionisti a livello mondiale: era riuscito a mettere insieme quasi tutta la gamma, dal primo esemplare di Vespa fino agli ultimi, e aveva costruito un capannone dove le teneva tutte, perfettamente restaurate, luccicanti e funzionanti. Aveva di fatto creato un museo della Vespa, che però non faceva visitare a nessuno. Lì dentro entrava solo lui e passava lunghe ore a guardarle, ammirarle, venerarle.
Arrivò al punto di non volerle più lasciare da sole di notte, e decise quindi di trasferirsi a dormire nel capannone insieme alle moto. Fu la goccia che fece traboccare il vaso: sua moglie decise di andarsene. Ma lui non si sentì abbandonato; solo più libero di stare con i suoi veri amori, senza dover rendere conto a nessuno.
Quando qualcuno gli portava un mezzo da restaurare, non considerava le richieste del cliente; lui si prendeva cura della Vespa. Sistemava il motore, la carena, qualsiasi pezzo, faceva quello che serviva alla moto per renderla perfetta, e questo gli creava non pochi problemi con il committente quando arrivava il momento di pagare.
Un giorno arrivarono in officina tre ragazzi a bordo di tre Vespe. Quando li vide, per poco non gli prese un colpo: le moto erano sporche, piene di adesivi insulsi appiccicati ovunque, senza i bandoni, coi motori scoperti, orribili manopole e specchietti cinesi.
Rino si incazzo e, con particolare veemenza, si scagliò contro i tre ragazzi imprecando e urlando: «Ma com’è possibile tenere in questo modo delle Vespe? Non meritate di guidarle! Dovrebbero confiscarvele! Incapaci!».
I tre rimasero muti, visibilmente sorpresi da quella reazione esagerata. Quell’uomo li aveva offesi e, mentre si allontanavano discutendo tra loro, decisero di fargliela pagare.
Quella notte si avvicinarono alla proprietà di Rino con l’intenzione di fargli un dispetto. Si trovava in una zona isolata rispetto all’abitato ed era circondata da una cancellata, ma questo non rappresentò un problema. Entrarono con facilità e si avvicinarono all’officina, ma i rumori svegliarono l’uomo che si alzò in fretta, si vestì e, riconoscendo gli avventori, imprecando, li rincorse per farli scappare.
Uno dei tre, vedendo il capannone aperto, forse per nascondersi entrò e quando vide tutte quelle Vespe prese il suo accendino e diede fuoco a uno straccio che era lì per terra. Lo straccio era intriso di olio e prese subito fuoco. Il ragazzo lo lanciò sopra una Vespa.
Rino lasciava sempre un po’ di miscela nei serbatoi, per potere accendere ogni tanto le sue Vespe, e questo innescò una reazione a catena: una alla volta le moto presero fuoco ed esplosero come grossi petardi… tutte.
Rino ufficialmente morì nel tentativo di domare l’incendio. Mai nessuno venne a sapere dell’incursione dei ragazzi.
La verità è che Rino, raggiunto di corsa il capannone si rese immediatamente conto che non c’era più niente da fare, che il suo mondo, la sua vita, le sue amanti, tutto ciò che aveva costruito stava bruciano, stava letteralmente andando in fumo. Non sarebbe stato in grado di sopravvivere… Allora si avvicinò, apri le braccia, guardò verso il cielo e si buttò tra le fiamme.
Preferì andarsene con loro, le sue amate Vespe.
Da quella notte io non dormo più. Penso sempre a quell’uomo, alle sue Vespe e ogni notte immagino il mio accendino che dà fuoco a uno straccio…
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