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Così è la vita?

26 Gennaio 2026 - Racconti insoliti
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Un proverbio racconta più di una storia

di GIÀN SACRAMESKY

Tornai a casa dopo una giornata intensa e per certi versi stressante, per non dire estremamente faticosa. Esatta-mente uno di quei giorni in cui non vedi l’ora che l’imbru-nire sopravvenga per far ritorno a casa. Una cena poco impegnativa, qualche pagina del libro e poi a letto: giaciglio desiderato e quanto mai ristoratore. Il sonno giunse rapido e intenso, così come il sogno che, se volete, mi appresto a raccontare… C’era una volta un piccolo villaggio di montagna, sper-duto tra le valli; un piccolo borgo nascosto tra i boschi. Dovevi per forza conoscere la sua esistenza se lo volevi raggiungere. Nonostante la sua posizione isolata, era abbastanza fa-moso e soprannominato “Il Villaggio dei Saggi”, perché i suoi abitanti non pronunciavano mai una parola fuori po-sto; erano tutti anziani che avevano scelto di non migrare verso la città. Un giorno, animato da grande energia, decisi di incam-minarmi verso il Villaggio dei Saggi alla ricerca di una giornata serena e di curiosità. Me ne aveva parlato Roberto, perché lui c’era stato con Michela qualche tempo fa, e mi suggerì di andarlo a visi-tare. «In fondo basta una giornata di sole per passeggiare tra poche vie contrassegnate da case in legno e pietra. Qualche negozio, una locanda per un bicchiere di vino e poi torni a casa» pensai. Così con l’auto, mi diressi verso est, percorsi un centi-naio di chilometri e raggiunsi la valle. Parcheggiai l’auto e imboccai a piedi il sentiero per il Villaggio dei Saggi. Camminai per circa trenta minuti per raggiungerlo. Men-tre mi avvicinavo, notai che effettivamente, come mi ave-va raccontato Roberto, le case erano fatte di pietra, i tetti di legno e ardesia, e l’aria profumava di legna bruciata e pane appena sfornato. Ma quello che subito mi colpì fu l’assoluto silenzio. Non una voce, non un suono, tranne il fruscio delle foglie. C’era pace in quel villaggio. Il passare del tempo era scandito ogni ora dal rintocco della cam-pana, quella dell’unica chiesetta del villaggio. Dopo aver camminato tra le stradine, raggiunsi il mer-catino del villaggio. Mi fermai davanti ad un banco di frut-ta. Il mercante era un uomo anziano con la barba lunga e bianca e gli dissi: «Buongiorno! Quanto costano queste mele? Immagino che siano biologiche perché nessuna somiglia all’altra e non sono lucide e rotonde come quel-le che si trovano in città.» L’anziano mi fissò con un sorrisetto enigmatico e rispo-se: «Ogni mela ha il suo baco, signore.»

Lo guardai perplesso.
«Scusi?»
«Amici e meloni, su cento, due son buoni» replicò il mercante con un’alzata di spalle, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Confuso, mi allontanai pensieroso. Decisi di provare con un altro venditore, una donna che vendeva stoffe colorate.

«Salve, vorrei comprare un po’ di questa stoffa. Quanto costa un metro?» La donna mi guardò con occhi gentili e rispose: «Chi taglia, taglia e chi cuce si ragguaglia». «Eh? Ma… io voglio solo una stoffa! Perché mi risponde cosi?» «L’amore non si misura a metri» rispose lei sorridendo e avvolgendo la stoffa che avevo scelto per incartarla.

Mi sentivo sempre più disorientato.
«Ma in che modo rispondono qui?» pensai.
Ogni volta che rivolgevo una domanda, ricevevo una risposta che sembrava una morale, ma che aveva poco a che fare con quello che chiedevo, se non qualche timi-da similitudine. Provai ancora una volta con un uomo che stava raccogliendo del fieno. «Buongiorno! Può indicarmi dove posso trovare un posto per dormire?» L’uomo alzò lo sguardo e sorridendo mi rispose: «Non esiste un vento a favore per il marinaio che non sa dove andare». «Ma scusi, cosa significa? Sto solo cercando un letto!» Ero sempre più attonito e lo sconforto stava per pren-dere il sopravvento in me. Questa gente parlava in modo strano e non riuscivo a trovare una connessione con loro. «Chi ha tempo non aspetti tempo» feci in tempo a senti-re mentre mi allontanavo da quell’uomo che continuava a sorridere. Mi stavano forse prendendo in giro? Ammetto di averlo pensato; oppure erano tutti amici di Roberto e si erano messi d’accordo per farmi uno scherzo. Sì, ma Roberto non poteva sapere quando avrei visitato questo paesino, e poi come avrebbero fatto loro a riconoscermi? «No, qui siamo di fronte soltanto a una strana situazione che vorrei capire» pensai.

Ormai esausto e frustrato, mi sedetti su una panchina a riflettere. «Devo imparare a rispondere esattamente come parlano loro, altrimenti non capirò mai niente!» pensai. Provai a esercitarmi mentalmente ricordando alcuni proverbi che conoscevo: «Devo provare a ricordarne qualcuno di appropriato. Se dico qualcosa di abbastanza saggio, forse mi connetto con loro». Mi alzai e mi avvicinai a una donna affacciata alla fine-stra che stava innaffiando i fiori sul davanzale. «Buongiorno signora, i fiori non si scoraggiano quando le foglie appassiscono». La donna era una figura autoritaria, con un grande seno, i capelli corvini raccolti in uno chignon fatto ad arte; por-tava grandi orecchini ad anello e con lo sguardo arcigno mi rispose: «Dopo le donne, i fiori sono la cosa più bella che il buon Dio ha donato al mondo». Sorrisi, forse avevo trovato la connessione; avevo final-mente capito come farmi intendere tra quella gente inso-lita. Parlando con proverbi, accidenti! Da quel momento in poi il mio cammino divenne come una danza di saggezza popolare. Nel cercare una strada per la trattoria, che poi scoprii essere l’unica del paese, dovetti chiedere, simulando il gesto del cibo da mettere in bocca: «A salire c’è speranza?». Un anziano che fumava un sigaro mi rispose: «Chiunque chiede, riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» e con lo sguardo mi indi-cava di continuare a salire. Avevo proprio bisogno di mangiare un buon piatto di pasta e ora che avevo finalmente imparato a comunica-re con questa gente, ogni conversazione diventava quasi una gara tra una metafora e una massima filosofica.

Dopo aver sostanzialmente compreso come comunica-re con gli abitanti attraverso massime e proverbi, mi sen-tii finalmente pronto a esplorare il villaggio, ma ancora non avevo esattamente affinato l’interazione perché con quella lingua si doveva necessariamente possedere una cultura popolare molto ampia. In fondo io conoscevo sol-tanto qualche proverbio e per altro dovetti scavare non poco nella mia memoria e nella mia conoscenza di man-cato maestro elementare. Oh sì, una cultura umanistica la possedevo, ma ormai gli studi s’erano fatti lontani. Mentre camminavo lungo la strada principale in salita, vidi l’indicazione di girare a destra per raggiungere la ta-verna. Avevo fame e il mio stomaco brontolava rumoro-samente. Entrando salutai e mi avvicinai al taverniere, un uomo corpulento con un grembiule macchiato, e cercai di ordinare qualcosa da mangiare, magari un piatto di pasta come desideravo. «Buongiorno!» fu il mio esordio e, cercando di usare i proverbi nel modo giusto, gli chiesi: «Chi ben comincia è a metà dell’opera. Potrei avere un piatto del vostro mi-glior cibo?». Il taverniere mi fissò per un istante, poi annuì.
«A tavola non s’invecchia mai» mi rispose, dirigendosi verso la cucina. Mi sedetti a un tavolo, sperando che quella frase signi-ficasse che il cibo sarebbe arrivato presto. Tuttavia, dopo un’ora di attesa e nessun segno di cibo, mi alzai per chie-dere spiegazioni al taverniere: «Scusi, forse non mi sono spiegato bene prima, ma io ho davvero fame!». Il taverniere mi guardò e rispose semplicemente: «La pazienza è la virtù dei forti».

Rassegnato, tornai a sedermi e pensai che forse avrei dovuto cambiare strategia. Proprio in quel momento, una donna entrò nella taver-na gridando: «Aiuto! Aiuto! C’è un incendio nella fattoria di mio marito!». Tutti si voltarono a guardarla, ma nessuno si mosse. La donna continuava a urlare, disperata, finché il vecchio del mercato si avvicinò a lei e con calma disse: «Nell’emer-genza l’uomo dà il meglio o il peggio di sé». «Peggio? Meglio? Venite a dare il meglio per favore! La mia casa sta bruciando!» Esclamò la donna, ma subito il taverniere intervenne con voce grave: «Spera il meglio ma preparati al peggio!». Io, vedendo che nessuno si muoveva, mi alzai di scatto senza aver mangiato: «Andiamo! È meglio tardi che mai, no?» gridai cercando di mettermi sulla loro lunghezza d’onda. Gli abitanti del villaggio finalmente compresero e an-nuirono all’unisono. «Sì, meglio tardi che mai!» esclamò uno che stava seduto al tavolo vicino al mio, e in un bat-ter d’occhio quasi l’intero villaggio si mise in moto per spegnere l’incendio, portando secchi d’acqua e attrezzi. Lì non c’erano vigili del fuoco. Mentre mi univo alla corsa, mi resi conto che i proverbi funzionavano, ma solo se venivano pronunciati nel conte-sto giusto. Il problema era capire quale fosse! Dopo l’eroica (ma caotica) operazione di spegnimento dell’incendio, mi sentivo molto stanco, avevo program-mato di tornare a casa ma era quasi sera e il sole ormai scompariva dietro le più alte cime che circondavano il vil-laggio. Così decisi di fermarmi lì per riposare.

La trattoria era anche una locanda; l’avevo letto entran-do, sull’insegna cigolante appesa alla porta d’ingresso. Dovevo chiedere all’oste una stanza per la notte: «Vorrei una stanza per dormire, per favore» dissi, mentre pensa-vo al proverbio giusto da pronunciare. E lo trovai: «Me-glio una piccola capanna oggi, che un castello domani». L’oste mi sorrise compiaciuto. «A buon cavallo non manca sella» rispose, e mi diede una chiave. Sospirai di sollievo, non avevo mangiato, ma finalmente avevo capito come ottenere quello che volevo! Ma le sorprese non erano fi-nite. Entrato nella stanza, mi accorsi che il letto era… una panca di legno. Niente materasso, niente cuscino. Solo un’asse dura e fredda. Tornai giù di corsa. «Scusi, c’è stato un errore. Nella stanza non c’è un letto!» L’oste lo guardò con calma e disse: «Chi si accontenta, gode». «Eh perdinci! Non tutto ciò che luccica è oro, ok, ma io vorrei un letto vero!» esclamai cercando invano di trovare un altro proverbio per replicare. L’oste alzò una spalla e disse: «La casa è piccola, ma il cuore è grande». «Non so se questo mi aiuterà a dormire…» replicai or-mai sconfortato. Si congedò, l’oste, con una frase eloquente: «Chi accet-ta non merita». E venne la mattina, piena di aria fresca e canti di uccel-lini. Mentre mi preparavo a lasciare il villaggio, pensai a come trovare la strada più breve per scendere verso l’auto.

Mi fermai davanti a un gruppo di abitanti seduti sulle panchine della piazzetta e chiesi loro: «Come si esce dal villaggio? Vorrei proseguire il mio viaggio». Uno degli anziani si alzò e guardandomi con aria solen-ne pronunciò queste parole: «Tutte le strade portano a Roma». Sospirai e risposi: «Sì, ma io non sto cercando Roma, solo la strada per uscire…». «Chi lascia la via vecchia per la nuova sa quel che lascia, ma non quel che trova» replicò un altro.

Esasperato, cercai di mantenere la calma.
«Un proverbio alla volta» pensai.
Poi, con il tono più saggio possibile, dissi:«Chi ha tempo non aspetti tempo, quindi per favore, indicatemi la strada». Gli abitanti si scambiarono uno sguardo compiaciuto e alla fine uno di loro, una donna con un grande cappello di paglia, mi indicò una strada in salita. «La strada lunga non stanca l’uomo saggio» disse.
«Finalmente!» esclamai, ringraziando tutti con un altro proverbio: «Grazie! È vero, la fortuna aiuta gli audaci!» e mi incamminai verso l’uscita del villaggio, sorridendo per la prima volta da quando era arrivato. Mi allontanai ripensando a questa strana avventura. In un modo o nell’altro ero riuscito a cavarmela in quel biz-zarro villaggio, ma mi chiedevo se nel resto del mondo avrei mai più sentito il bisogno di parlare per proverbi. Forse sì, forse no, ma una cosa era certa: «Chi va piano, va sano e va lontano» dissi tra me e me, e proseguii il mio cammino sperando di incontrare in futuro altri villaggi magari un po’ meno… saggi.

Il borgo era ormai alle mie spalle e non potevo fare a meno di sorridere tra me e me: ogni abitante aveva rispo-sto alle mie domande con proverbi apparentemente sle-gati dal contesto, ma, riflettendoci, ogni frase conteneva una lezione nascosta. Anche se per la maggior parte del tempo mi ero sentito confuso, mi resi conto che quelle parole di saggezza mi avevano spinto a pensare in modo diverso. Tornai nei miei luoghi dove incontrai Roberto e gli rac-contai, divertito e un poco sarcastico, l’avventura che avevo vissuto, rimproverandolo spiritosamente per non avermi detto tutto. Lui sorrise divertito e mi disse: «La vita è un proverbio, sta a te capirne il significato». Per capire se un uomo possiede un animo buono o ma-levolo, osserva se ride di fronte a uno scherzo. Una risata davanti a due bicchieri di vino; così dovrebbe accadere nella vita, spesso… anzi volentieri, soprattutto insieme a un Amico.

Chissà se avevo sognato…

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